Alle origini del noir a Genova: “Le mura di Malapaga”

Delle tante testimonianze fotografiche e di cronaca della Genova dell’immediato dopoguerra quella più viva e artisticamente unica nel suo genere è il film diretto da Renè Clèment “Le mura di Malapaga” girato nel 1949 nel capoluogo ligure ancora sconvolto dalle bombe degli alleati. Ispirato nel titolo alle mura del Molo (un tempo antiche e temute prigioni) è stato un film a lungo trascurato ma negli ultimi anni dopo il restauro della pellicola è stato riscoperto per diversi motivi. Intanto, è una storia che già da allora colse nella sua precisa calligrafia lo spirito e la potenzialità “noir” di Genova mai completamente valorizzate dalla cinematografia e dalla letteratura, dall’altra con una perizia fotografica fuori dal comune Clèment riesce a “valorizzare” proprio questa Genova malridotta riuscendo a cogliere squarci e inquadrature magici e rappresentando con stile e garbo le drammatiche condizioni della popolazione di allora per la grande parte sfollata e costretta a vivere praticamente all’aria aperta o in alloggi di fortuna. Il film poteva contare sull’interpretazione di due tra i più importanti e navigati attori di quell’epoca: Jean Gabin nei panni di un fuggiasco proveniente da Marsiglia e alla ricerca di un dentista, perfettamente a suo agio nell’intrico dei vicoli, e Isa Miranda, cameriera con un vissuto difficile e un matrimonio complicato. (per chi vuole leggere la trama del film https://it.wikipedia.org/wiki/Le_mura_di_Malapaga)

I due si conoscono e si piacciono ma si tratta di un “noir” appena venato dal sentimento e alla fine non tutto va come i personaggi vorrebbero.

Sullo sfondo, come si diceva, una lunga serie di riprese in esterni della Genova che usciva dalla guerra che il regista racconta con curiosità e precisione dal tranvai elettrico che passa alle spalle di palazzo S. Giorgio, ai fruttivendoli per la strada e appoggiati alle mura diroccate dei palazzi distrutti, il porto e quelle gru e quelle navi guardate con rispetto dalla cinepresa e che oggi guardiamo come reperti archeologici, il convento di Sant’Agostino in cui allora trovarono rifugio molte persone senza casa e dove si svolgono alcune scene drammatiche del film con l’inclinato stradone immortalato nel preciso bianco e nero della pellicola. Renè Clemènt produceva un archetipo senza forse immaginarlo anche se dalla sua profonda cultura che proveniva da lontano probabilmente il ritratto che fece della città era qualcosa che già faceva parte del suo retroterra intellettuale. La città misteriosa ma accogliente, dura ma capace di riservare visioni incantevoli di sé e della sua vita, un luogo dove è possibile ricominciare tutto dall’inizio o dove almeno si può ancora sognare ancora di poterlo fare è il “nocciolo duro” della misteriosa essenza di Genova che merge prepotentemente da quella storia.

Il film ebbe prestigiosi riconoscimenti, al 3° Festival di Cannes fu premiato per la miglior regia e per la migliore interpretazione femminile, nel 1951 ottenne negli Stati Uniti l’Oscar per il miglior film straniero.

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